Qual è il motivo per cui viaggiamo? Naturale curiosità verso luoghi che non abbiamo mai visto? Il desiderio di incontrare nuove persone e culture? E se fosse per inseguire una traccia musicale? È proprio la musica a muovere i passi di Sara Maino, autrice di Quaderno armeno. Ma, come in ogni racconto di viaggio, quello con cui si torna a casa non è mai esattamente quello che si cercava.
Viaggio in Armenia: Hotel Praha, Yerevan
“Ci sono terre, suoni, odori e sapori che sono, per naturale risonanza, già parte di noi. Radici nascoste e profonde. Un’appartenenza invisibile?”
Nel suo romanzo-diario pubblicato da Nous Editrice, Sara Maino ci conduce in un’Armenia inattesa: l’Armenia dei monasteri e della musica tradizionale, ma anche quella dei rifugiati del Nagorno-Karabakh che abitano tra le pareti dell’Hotel Praha. Le pagine di Quaderno armeno si nutrono di questo contrasto tra sacro e dissacrante che nascono dagli incontri dell’autrice.
Il viaggio di Sara inizia nel 2003. Spinta dal desiderio di studiare la musica armena attraverso registrazioni dal vivo nelle chiese e nei monasteri di Yerevan, la giovane ricercatrice trentina sale su un aereo per la capitale dell’Armenia. Ad accoglierla non ci sono i volti amichevoli che aspettava, bensì l’umanità variopinta e chiassosa dell’Hotel Praha, che da anni ospita una comunità di rifugiati sfuggiti alla guerra del Nagorno-Karabakh.

Sara non dovrebbe trovarsi tra quei corridoi dall’aria trasandata, bensì a casa di una conoscente che aveva promesso di ospitarla durante il suo viaggio. Ma Oxana – questo il nome della donna – la lascia sulla soglia dell’hotel con una ridicola scusa. Sara si trova ad affrontare da sola una situazione inaspettata, la cui comprensione è resa ancora più difficile dalle barriere linguistiche.
Almeno fino all’incontro con Manushak, un’abitante dell’Hotel Praha che s’impone come sua guida ufficiale. Manushak è una ragazza fiera e testarda, cresciuta in un mondo completamente diverso da quello di Sara, tra mille difficoltà e privazioni. Il loro rapporto è un delicato equilibrio tra cordialità, affetto, conflitto e vaghi ricatti, con Sara che sgomita per muoversi libera tra le strade di Yerevan e Manushak che vorrebbe trattenerla.
Se Sara visita l’Armenia per abbracciarne la storia e le radici più antiche, Manushak incarna invece la gioventù di questo paese. Una gioventù frustrata nelle sue aspirazioni, che vorrebbe liberarsi dal peso delle tradizioni e lottare per un futuro più equo, pur non avendo spesso i mezzi per affermarsi.

Una delle scene più simboliche del libro è quella in cui Sara e Manushak visitano insieme il monastero di Geghard. Qui, inaspettatamente, la ragazza armena intona un canto profano sull’altare:
“Ha intuito la speciale acustica del luogo, e cerca il contatto con queste pietre per fare risuonare un canto della sua terra che poi mi rivela chiamarsi Kele Kele, “Passeggiamo”. La sua voce acuta rimbalza dappertutto. È un’antica ballata dal suono gioioso, dentro cui si fonde la sua voce, adulta e bambina allo stesso tempo. Avverto una nostalgia lontana.
Nella penombra, col freddo e l’umido che si sentono nelle ossa, lei esprime la sua vitalità, quasi incurante di violare un luogo sacro con un canto profano. Eppure in questo luogo creato per cantare, il componimento ecclesiastico si è appoggiato sulle melodie tradizionali per secoli.“
Così la musica si rivela una chiave di lettura per l’Armenia, un ponte gettato tra passato, presente e futuro, che Sara percorre attraverso il suo viaggio.

L’altra Sara: la forza degli incontri in Quaderno armeno
Altro aspetto che ho molto apprezzato del libro è la freschezza e la vividezza con cui vengono raccontati gli incontri dell’autrice.
Oltre a Manushak, colpisce il personaggio della silenziosa Diana, compagna del fratello di lei. La giovane, che sta per diventare mamma, si impone all’attenzione per i suoi gesti misurati e gentili. Offre del cibo, sfoglia nostalgicamente un album di foto del Nagorno-Karabakh, assaggia senza parlare la pasta cucinata da Sara come forma di ringraziamento per l’accoglienza ricevuta. E decide, a sorpresa, di chiamare Sara la bambina che nascerà.
Nell’Hotel Praha ogni gesto si amplifica come un sasso che cade nell’acqua: con il suo ascolto e il suo sguardo, Sara sancisce l’esistenza dei rifugiati, sottraendoli alla loro invisibilità collettiva.

Il conflitto del Nagorno-Karabakh è ancora aperto. Questa regione dell’altopiano armeno, infatti, è contesa tra l’Azerbaigian, che ne detiene la sovranità, e la Repubblica dell’Artsakh, stato di popolazione armena autoproclamatosi indipendente nel 1991.
Nel 2020 buona parte del territorio dell’Artsakh è tornato sotto il controllo dell’Azerbaigian, e ancora nel 2023 quest’ultimo ha lanciato un’offensiva militare sul Nagorno-Karabakh, provocando l’esodo di decine di migliaia di armeni. Chissà quanti hotel come l’Hotel Praha apriranno loro le porte, e quanti occhi come quelli di Sara saranno in grado di vederli davvero.
Per riassumere, Quaderno armeno è un libro consigliato non soltanto a chi vuole avvicinarsi a questo affascinante paese, ma in generale a tutti gli amanti della letteratura di viaggio. Come i migliori testi del genere, è capace di parlare tanto al nostro animo di esploratori quanto alle fibre più intime del nostro essere.
Quaderno armeno. Hotel Praha, Yerevan
- Autore: Sara Maino
- Editore: Nous Editrice
- Pagine: 168
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1 commento
Molto interessante. Lo inserisco subito. Quanto mi erano mancate le tue recensioni sui libri.